“Ciao! Me manche Tuldo. Ti vegni?” Questa frase un po’ strana è una delle tante che si sentono, da marzo in poi, girando per la città.  Sì, perché a marzo si cominciano i lavori di preparazione al corteo storico, e bisogna darsi da fare.

Quello che vediamo tutti a fine aprile è un bellissimo spettacolo, della durata di circa un’ora, tre con gli spostamenti del corteo, abiti, danze, rappresentazioni, musiche e racconti.

Dietro tutto questo, vi siete mai chiesti cosa c’è?  Un lavoro immenso, fatto da persone, gratuitamente, solo per il piacere e l’amore di farlo. Per mettere in scena un bellissimo spettacolo per la città e per la nostra Patrona, Santa Caterina.   Ci vorrebbero pagine e pagine e tante fotografie per raccontarlo come si deve, ma cercherò di darne un’idea in poche righe, e poche foto.

Lo chiamiamo tutti “il corteo storico” ma, in effetti, si tratta di una Sacra rappresentazione, nata nel 1955 a cura di Monsignor Lavagna. All’epoca, la rappresentazione avveniva sul piazzale dell’asilo Guastavino, poi, a gruppi, seguiva la processione che arrivava fino alla Chiesa di San Domenico. Gli abiti erano affittati dalla sartoria del teatro Carlo Felice e, le sarte varazzine, li adattavano alle comparse.

Oggi, il corteo storico conta la bellezza di 500 personaggi, divisi in otto gruppi più sbandieratori ,  tamburini e ballerini.

Durante l’anno gli abiti, le scarpe, le collane e i copricapo, gli equipaggiamenti da battaglia, sono riposti nelle scatole o appesi alle grucce, in attesa di essere utilizzati.

A febbraio iniziano le riunioni dei capigruppo, dei loro collaboratori e della direttrice.  Si decidono i percorsi, la data, si discutono le varie problematiche.  Se mancano costumi, se ci sono scarpe da risuolare, cose da aggiustare, cerniere da cambiare, orli da accorciare e orli da allungare, abiti da stringere o allargare. Se mancano personaggi. Ad esempio mancano uomini! Lo so, detta così suona strano, ma sono sempre pochi gli uomini che decidono di sfilare in abiti antichi. Il perché non si sa.  Vergogna? Altro da fare? Indolenza? Fatto sta che nel periodo che precede il corteo, parte la caccia agli uomini.

E così, tornando a Tuldo, ecco perché verso marzo si sentono queste vocine che cercano personaggi. Fosse però solo questo il problema. Eh no. Bisogna anche lottare con chi si vuole mettere i tacchi alti, che all’epoca non esistevano. O con chi vuole andare nel gruppo dove gli abiti sono più belli ed eleganti. Con chi vuole un’acconciatura più appariscente. C’è chi vuole tenersi gli occhiali da sole!  E i bambini? Loro vogliono andare tutti nei “ciompi” il perché è presto detto. Si corre con le spade e si fa la guerra. Si divertono insomma.  E c’è pure chi chiede di fare l’appestato o il boia. Il motivo?  Hanno il viso coperto! Nessuno sa chi ci sia sotto.

E ci sono persone che da anni sono sempre vestite uguali. Guai a chi dovesse provare a impossessarsi del loro ruolo!

C’è un gruppo, è il più numeroso, conta ben novanta persone, tutte che girano intorno alla stessa famiglia, da sempre. E’ il bellissimo gruppo di Avignone. E poi c’è il più piccolo, con solo venti comparse, è lo Sposalizio.

Le prove, la sera, in piazza Santa Caterina e piazza Sant’Ambrogio.  Le danze si provano in palestra e poi in piazza sant’Ambrogio con il gruppo dello Sposalizio, con le musiche originali, create dal complesso tedesco di musica medioevale “Ensemble Oni Wytars”.

Il giorno del corteo è “invexendo”. Ogni gruppo nella sua parte di sede, le Chiese dell’Assunta, San Giuseppe, la casa del Parroco, prese d’assalto. C’è chi, in piazza, allestisce la scena, chi sistema le sedie per il pubblico, parrucchiere che girano con lacca e forcine, sarte che sistemano le ultime cose, bambini che giocano e non si lasciano vestire, scarpe che non entrano, visi da truccare, bottoni che saltano e occorre riattaccarli, risa e scherzi, intrusi che vengono a salutare gli amici, le ultime cose da stirare, da lucidare, da aggiustare, giovani che guardandosi in calzamaglia si divertono prendendosi in giro, c’è chi prepara i costumi in ordine in modo che nessuno si sbagli, vestiti che non entrano più e ci vogliono tre persone per infilarli, e poi, poi finalmente si comincia. Sempre che non piova, perché allora, tutto questo immenso lavoro, risulta inutile. Se piove non si sfila, gli abiti si sporcano e rovinano, e così tutto il resto. E la delusione è tanta.

Fine corteo. Il lavoro però non è finito. Ogni figurante riappende gli abiti li sistema sulla gruccia e riordina le sue cose.  I capigruppo raccolgono le calzamaglie da lavare, le scarpe da spazzolare e mettere via. Si sistemano gli elmetti, le bandiere, i copricapo, gli ornamenti. Si smontano le scenografie. Le tre sarte e le loro collaboratrici hanno ancora tanto lavoro da fare, perché, il prossimo anno, tutto sia pronto per un nuovo corteo. Finalmente arriva il momento del rinfresco che il Comune allestisce per tutti i partecipanti, ma, potevano l’efficientissime capigruppo stare con le mani in mano? Neanche a dirlo, preparano manicaretti per i loro figuranti, torte con la marmellata e crostate, crostini con acciughe salate e burro, bignè ripieni di crema o cioccolato, focacce e tanto altro. Il banchetto ha inizio però, solo dopo che il diavolo si è lavato la faccia!

Anche quest’anno il corteo è andato bene ed è stato apprezzato ma, come sempre, l’anno prossimo si cercherà di fare meglio.

Tutto questo grande lavoro, solo per amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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